
🎧 Ascolta il resoconto della sessione
Vele nere e comando conteso
Dopo tutto quello che era successo nella stiva, con il sangue ancora fresco sulle assi e il caos dell’ammutinamento appena consumato, non ci fu nemmeno il tempo di capire davvero cosa fossimo diventati.
Non più passeggeri, non più semplici membri dell’equipaggio, ma nemmeno ancora padroni di una direzione.
Fu in quel momento sospeso, fragile, che li vedemmo. In lontananza, oltre la foschia sporca del mare, una sagoma nera prese forma. Poi un’altra vela, poi la prua, poi la certezza.
I pirati.
Il timone era nelle mani di Lysa Marren, detta Ruggine, che già da sola bastava a far capire che nessuno a bordo avrebbe regalato il comando senza discuterlo.
I prigionieri erano stati ben rinchiusi, la loro guardia era Galick, e sulla nave aleggiava quella strana tensione che nasce quando tutti sanno che sta per succedere qualcosa ma nessuno ha ancora deciso chi avrà davvero l’ultima parola.
Fu proprio Lysa a mettere il problema sul tavolo senza girarci intorno. Davanti al pericolo che si avvicinava, sfidò apertamente Spark sulla questione del comando, sottolineando quello che molti probabilmente pensavano senza avere il coraggio di dirlo ad alta voce: Spark poteva avere intuito, sangue freddo e una presenza che portava gli altri a guardare verso di lui nei momenti decisivi, ma non aveva esperienza vera con le navi. Non ancora.
Spark non cercò di imporsi con arroganza. Accettò la questione per quello che era e rispose soltanto che ne avrebbero parlato dopo.
Prima c’era da sopravvivere.
La scelta iniziale fu quella più istintiva e forse anche la più umana: provare a scappare.
Con i pirati che chiudevano la distanza e il mare che non concedeva mai davvero una tregua, si tentò di guadagnare spazio, tempo, magari fortuna.
In mezzo a questa corsa disperata avvenne anche una scelta che cambiò immediatamente gli equilibri a bordo: Sirius liberò Ace Ventura. Una decisione rischiosa, forse necessaria, forse folle, ma in quel momento sembrò l’unico modo per rimettere le mani di qualcuno esperto sul cuore della nave.
E infatti Ace prese il comando.
Per un istante sembrò quasi che la situazione potesse ancora piegarsi a favore della fuga, che la nave potesse davvero scrollarsi di dosso le vele nere che le stavano addosso.
Ma i pirati continuarono ad avvicinarsi.
A quel punto il paradosso diventò quasi surreale. Noi ci fermammo. E con noi si fermò anche l’equipaggio. Non fu pace, ovviamente. Fu piuttosto quel momento assurdo in cui tutti sembrano trattenere il fiato mentre il disastro è già lanciato verso di loro.
Il riposo non fu un vero riposo, ma una pausa tesa, quasi irreale, tra una minaccia e l’altra.
E quando i pirati furono abbastanza vicini, non ci furono più manovre, né dubbi, né illusioni.
Abbordarono.
L’abbordaggio capovolto
L’abbordaggio era stato preparato bene. I pirati lanciarono ganci e passerelle per bloccare le due navi insieme e trasformare il mare in un ponte di guerra.
Prima provarono anche a sparare, nel tentativo di spezzare la resistenza da lontano e ammorbidire il ponte prima di salire.
Ma quello che doveva essere il loro abbordaggio si trasformò quasi subito in qualcosa di completamente diverso.
Perché Teschio non aspettò.
Appena ci fu abbastanza spazio e abbastanza caos, caricò dall’altra parte, direttamente sulla nave nemica, come se fosse la cosa più naturale del mondo gettarsi nel cuore dello scontro invece di aspettarlo sul proprio ponte.
Nel frattempo altri pirati usarono funi e slancio per piombare sulla nostra nave e puntare dritti verso Sirius, cercando evidentemente di colpire uno dei bersagli più utili del gruppo prima che il combattimento si assestasse davvero.
Fu lì che la battaglia smise di avere una forma ordinata e divenne puro caos marittimo.
Uomini divisi tra due ponti. Passerelle sospese tra legno e vuoto. Ganci conficcati nel parapetto.
Pirati che cercavano di spingere in avanti il loro assalto, mentre noi non ci limitavamo più a respingerli: stavamo invadendo la loro nave.
In pochi istanti il piano dei Ceppi si era capovolto.
Non erano più loro a salire da noi.
Eravamo anche noi, e soprattutto Teschio, ad aver portato la guerra da loro.
Rax Vele Nere e il colpo di Teschio
Nel mezzo dello scontro emerse Rax Vele Nere, il loro capitano.
Il nome bastava già da solo a dargli una forma, ma vederlo sul ponte fu un’altra cosa. Non era solo un pirata. Era il tipo di uomo che sembrava appartenere a quello spazio di caos, salsedine e ferro come se fosse nato lì dentro.
Eppure, quando capì che la situazione stava girando male, tentò la mossa del disperato: ordinò al suo timoniere di allontanare la nave dalla nostra, cercando di spezzare il collegamento tra i due scafi e lasciare isolati quelli dei nostri che stavano combattendo sul suo ponte, tagliandoli fuori da ogni aiuto.
Ma anche quel piano saltò.
Perché Celebi riuscì a convincere uno dei marinai della nostra nave, uno che sapeva un po’ di navigazione, a muovere il nostro scafo in sincronia con quello dei pirati, abbastanza da impedire che le passerelle cadessero in mare.
Fu un momento meno appariscente di un colpo di spada, ma non meno decisivo: una scelta rapida, intelligente, che tenne aperto il ponte tra le due navi proprio quando Rax stava cercando disperatamente di farlo sparire.
E così il combattimento non si spezzò in due. Restò un unico, continuo disastro.
Per i Ceppi fu la fine.
Ed è lì che Teschio fece quello che sa fare meglio.
Quando arrivò il momento decisivo, gli piombò addosso con una brutalità quasi sovrumana. Non fu un semplice colpo finale. Fu una mazzolata da leggenda, una di quelle che nelle taverne vengono raccontate male perché nessuno riesce a credere davvero a quanti danni possa fare un singolo colpo.
L’impatto fu devastante, così feroce che per un istante sembrò quasi che Rax potesse morire due volte nello stesso momento. Il pirata crollò sotto la forza di quel colpo di grazia come se il ponte stesso lo avesse rigettato.
E in quell’istante, con il loro capitano abbattuto in modo tanto totale, qualcosa si spezzò anche nel resto dell’equipaggio dei Ceppi.
Ma Ace Ventura, fino a quel momento, non aveva davvero combattuto.
Era rimasto indietro, prudente, a guardare come si sarebbe inclinata la bilancia. Non si era esposto quando il rischio era più alto. Aveva aspettato.
Aveva lasciato che fossimo noi a reggere il peso della battaglia, a sanguinare, a vincere. Solo quando fu chiaro che stavamo avendo la meglio — e questo ancora prima che Rax cadesse — Ace entrò finalmente nella pugna, cercando di infilarsi nello scontro al momento giusto per potersi poi attribuire una parte della vittoria.
Era il suo stile: mai il primo a rischiare davvero, ma sempre pronto a raccogliere il merito quando il peggio era passato.
Due navi, una sola vittoria
Con la morte di Rax, l’equipaggio pirata cedette.
Lo scontro smise di essere solo ferro contro ferro e tornò a essere una questione di voce, presenza e volontà.
Ace, forte del fatto di aver finalmente “partecipato” al combattimento, provò subito a giocare la sua carta migliore: prendersi la nave di Rax, quella migliore, quella più desiderabile, lasciando a noi il relitto peggiore.
Ma lì trovò davanti non più passeggeri o improvvisati ribelli, bensì un gruppo che aveva appena preso una nave, abbattuto pirati e capito come si tengono insieme forza e credibilità.
Con la diplomazia di Spark, il peso delle parole, e con la pressione più esplicita di Celebi e soprattutto delle minacce di Teschio, Ace fu infine convinto ad accontentarsi della nave piccola — in pratica la sua vecchia nave — mentre noi reclamammo per noi quella dei pirati.
Sembrava una vittoria piena.
Lysa, Joric e gli ex schiavi restarono con noi. E con loro, buona parte di entrambi gli equipaggi decise di seguirci.
Non era solo una nave nuova: era quasi una piccola comunità improvvisata, tenuta insieme da paura, convenienza, gratitudine e dalla semplice consapevolezza che tornare indietro non era più possibile.
Ma proprio lì si nascose il nuovo problema, meno spettacolare di un abbordaggio e forse per questo ancora più pericoloso: eravamo tanti. Troppi, forse.
E la nave dei pirati, che ci eravamo immaginati piena di bottino, era quasi vuota. Rax stava ancora andando a prenderlo. E noi, nel trambusto della vittoria, ci eravamo staccati senza nemmeno saccheggiare davvero la nave di Ace.
Solo quando fummo abbastanza lontani da non poter tornare indietro facilmente, ci rendemmo conto dell’assurdità della situazione: avevamo preso la nave migliore, sì, ma quasi senza viveri, senza vero bottino e con molte più bocche da sfamare del previsto.
Uomini d’equipaggio, ex schiavi, nuovi alleati, feriti, gente che adesso guardava a noi non solo per una direzione ma anche per la domanda più concreta e più spietata di tutte: come si mangia, adesso?
Il mare può perdonare molte cose, ma non la fame.
La risata di Ace Ventura
Fu allora che, allontanandosi, Ace Ventura si voltò e si fece una grassa risata. Una di quelle risate che non servono a divertirsi, ma a farsi ricordare.
Il vento si portò dietro le sue parole, ma non abbastanza da impedirci di sentirle bene.
Guardò Sirius e disse che si sarebbe ricordato di quello che aveva fatto per lui. Non sembrava gratitudine. Sembrava un conto aperto.
Poi lo sguardo passò su Teschio, Kael e Spark, e lì il tono cambiò del tutto. Non era più quasi cordiale. Era una promessa, o forse direttamente una minaccia.
Disse che avremmo sentito ancora parlare di lui.
E lì capimmo che non avevamo chiuso una storia.
Ne avevamo appena creata un’altra.
Rotta verso Azir
Alla fine, almeno per ora, una direzione è stata scelta.
Azir. Rahadoum.
Non Cheliax, non il ritorno immediato nelle Terre Fradice, non la fuga verso altri mari ancora sconosciuti. Azir.
Una rotta che promette nuove regole, nuove tensioni, nuove contraddizioni.
Ma adesso il problema non è solo dove stiamo andando. È come ci arriveremo.
Perché una nave quasi vuota, piena di gente e di promesse, non galleggia solo sul legno e sul vento.
Galleggia sul cibo, sull’acqua, sulla disciplina e sulla fiducia.
E tutte queste cose, in questo momento, sono molto più fragili di quanto vorremmo ammettere.