Azir – i buoni forse non sono così buoni

Veduta della città portuale di Azir, con cupole, torri e navi ormeggiate

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Una nave, una ciurma, una responsabilità

Dopo tutto quello che era successo in mare, con il sangue dei pirati ancora fresco sul ponte e le parole di Ace Ventura che continuavano a rimbombare come una promessa non troppo velata, ci ritrovammo a navigare verso Azir con qualcosa di completamente diverso tra le mani.

Non solo una nave, ma una responsabilità.

Non eravamo più passeggeri, né semplici sopravvissuti. Eravamo diventati equipaggio. E come ogni equipaggio, avevamo un problema immediato: sopravvivere abbastanza a lungo da capire cosa fare dopo.

A bordo con noi c’erano Yorik, ormai legato a doppio filo a Teschio, Lysa Marren detta Ruggine, che continuava a tenere il ponte come se quella nave fosse sempre stata sua, Nima, giovane nostroma in addestramento con occhi troppo attenti per la sua età, e Bren Halvek, silenzioso e instancabile, uno di quelli che non parlano mai ma che lavorano sempre.

A loro si aggiungevano i tre ex schiavi — Mira, Halrex e Toma — liberi, ma ancora lontani dall’essere pronti a combattere o a reggere il peso della vita in mare.

Eravamo tanti, forse troppi. E avevamo poco.

Le scorte erano un problema reale. L’intervento divino che Sirius aveva invocato ci aveva dato cibo e ci aveva salvato, ma non abbastanza.

Due giorni.

Questo era il tempo che avevamo prima che la fame tornasse a mordere davvero.

Così facemmo quello che ogni equipaggio disperato farebbe: pescare.

Non per gloria, non per gioco. Per vivere.

E in qualche modo funzionò. Il mare, almeno per quella volta, decise di non voltarsi dall’altra parte.


Alle porte di Azir

Quando Azir entrò nel nostro raggio visivo, non fu un arrivo trionfale.

Fu un controllo.

Due navi si staccarono dalla costa e puntarono dritte verso di noi. Nessuna fretta, nessuna esitazione. Quando ammainammo le vele, rallentarono anche loro.

Non era un incontro. Era un’ispezione già decisa.

Ci ordinarono di seguirli verso una rada. Lì ancorammo. E lì iniziò tutto.

La donna che prese il comando della situazione si presentò come Izet Naram, capitano della Legione Pura.

Non serviva che alzasse la voce per essere ascoltata. Bastava il modo in cui guardava.

Ci chiese identità, provenienza, proprietà del vascello. Rispondemmo. Raccontammo di Rax. Di Ace Ventura. Di quello che era successo.

Non era una confessione. Era una scommessa.

Salirono a bordo.

Ispezionarono tutto.

E trovarono quello che non dovevano trovare.

Simboli religiosi.


La legge degli uomini, non degli dèi

Rahadoum non è una terra di ignoranti. È una terra di rifiuto.

Non negano gli dèi. Li rifiutano. E chi li segue, anche solo in silenzio, è un problema.

Non ci arrestarono. Non ci attaccarono. Ma furono chiari: niente culto. Niente preghiere. Niente simboli.

Qui, la fede non è vietata per ignoranza. È vietata per scelta.

Fu Mira a cambiare il tono della situazione.

Si avvicinò a Izet e le fece capire, senza bisogno di grandi parole, cosa fosse stata.

Schiava. Liberata. Da noi.

Non fu pietà. Ma fu abbastanza.

Ci costrinsero a scaricare i cannoni. Nessuna nave pirata armata entra ad Azir senza essere resa innocua.

Pagammo cinque monete d’oro per depositarli in un magazzino e lasciammo Yorik e Lysa a sorvegliare.

Non era fiducia. Era controllo reciproco.

Poi ci scortarono dentro.

Azir non accoglie.

Azir filtra.

E mentre mettevamo piede a terra, Izet fece la sua vera mossa.

Non ci voleva fuori. Ci voleva utili.

Propose a Spark di lavorare per lei, per smantellare una rete di professatori clandestini. Una rete religiosa. In Rahadoum, questo significa guerra silenziosa.

Accettammo. Non perché fosse giusto. Ma perché era necessario.


La prova di Teschio

La città si aprì davanti a noi come un enigma. Cercammo informazioni.

E Teschio cercò qualcosa di più personale.

Entrammo in una palestra. Un luogo di sudore, forza, disciplina. Non un tempio, ma abbastanza vicino per chi cerca Gorum in una terra che nega gli dèi.

Lì trovammo un uomo massiccio che non si mise a pregare, non parlò di perdono.

Disse solo una cosa: non chiedere scusa. Non inginocchiarti. Dimostra.

Teschio affrontò la prova da solo.

Nessuno lo aiutò. Nessuno poteva.

E ne uscì diverso.

Il peso che si portava addosso si alleggerì. Non per misericordia. Ma per forza.


Il segreto sotto il magazzino

Nel frattempo, le tracce della rete ci portarono a un magazzino.

Sotto, trovammo ciò che Izet cercava. Ma non era quello che ci aspettavamo.

Non fanatici. Non predicatori. Ma persone. Ferite. Fasciate. Malate.

E al centro, una donna: Suora Mahel.

Non urlava. Non convertiva.

Curava.

Sirius, che fino a quel momento portava addosso il peso di una bugia, fece quello che sa fare meglio.

Curò. E nel farlo, si liberò anche lui di quel peso.

Poi tutto si ruppe.

Quattro uomini entrarono.

Iniziativa.

Lo scontro fu rapido. Preciso. Li fermammo. Non li uccidemmo. Non ancora.

Ma il problema non era dentro.

Era fuori.


Le guardie di Karif Al-Sun

Karif Al-Sun.

Il suo nome bastò a far capire che la situazione stava per degenerare.

Stavano arrivando guardie. Tante. E guidate da qualcuno che non cerca compromessi.

Uscimmo.

Parlammo.

Mentimmo.

Jabril Mesk, la guardia principale, non era uno stupido. Ma non aveva abbastanza per incastrarci.

E per quella volta, bastò.

Ce ne andammo.

Ma non era finita.


La linea oltrepassata

Celebi e Spark tornarono indietro.

Scelsero di chiudere la questione. Non lasciarla aperta. Non lasciare testimoni.

Le tre persone rimaste sotto il magazzino… e Karif Al-Sun… non uscirono vivi.

I corpi vennero seppelliti.

Il luogo ripulito.

E noi ce ne andammo.

Quando lasciammo il magazzino, non avevamo solo completato una missione.

Avevamo attraversato una linea.

E Azir, silenziosa e immobile nel vociare delle sue bancarelle di mercanti, non aveva ancora deciso se eravamo una soluzione… o il prossimo problema da eliminare.

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