
Dopo la vittoria al torneo di pesca di Anthusis, quello che sembrava l’inizio di una nuova avventura cominciò in modo sorprendentemente tranquillo. Le giornate scorrevano tra il porto e la taverna, tra racconti di marinai e il rumore costante del mare.
Fu lì che incontrammo Ardel Varkos, un vecchio dall’aria stanca, sempre seduto nello stesso angolo con una tazza tra le mani e lo sguardo perso in qualcosa che nessun altro vedeva. Non parlava molto, ma con il tempo iniziò a fidarsi di noi, e noi di lui. Ogni tanto lasciava cadere frasi strane, accenni a cose sotto la città, a rumori che non appartenevano al mondo di sopra. All’inizio sembravano solo i deliri di un uomo segnato dagli anni.
La notte dei ratti
Poi arrivò quella notte.
Le urla riecheggiarono per la strada, non lontano dalla taverna. Quando uscimmo, trovammo Ardel a terra, circondato da ratti. Troppi. Troppo aggressivi. Come se fossero spinti da qualcosa di più della semplice fame. Combattemmo in mezzo alla strada, tra ombre e fango, respingendo quella massa di zanne e occhi lucidi. I ratti caddero uno dopo l’altro, ma quando il silenzio tornò era chiaro che avevamo vinto troppo tardi.
Ardel era ancora vivo, ma a malapena.
Ci guardò uno ad uno, fermandosi un istante su Tamidala, poi su Thranduil, come se riconoscesse qualcosa che noi stessi non capivamo.
“La casa… non è mia… sotto… non scendete… ma se lo fate… portate luce…”
Ci lasciò una chiave. Poi morì.
La botola
Il giorno dopo entrammo nella sua casa. Alla luce del sole sembrava normale, forse troppo. Ma bastò poco per accorgerci che qualcosa non tornava: graffi sul pavimento, mobili leggermente spostati, un silenzio innaturale. E sotto un tappeto, una botola. Chiusa dall’interno.
Quando la aprimmo, un’aria fredda e antica ci investì.
Scendemmo.
Sotto la città
Il passaggio iniziale era stretto, scavato nella terra, ma presto le pareti cambiarono. La roccia lasciò spazio a blocchi di pietra lavorati, antichi, consumati dal tempo. Quel luogo non era stato creato dai ratti. Era molto più vecchio della città stessa. Le tracce erano ovunque: ossa rosicchiate, segni di passaggio, simboli grezzi.
E poi li incontrammo.
I goblin.
Non erano spaventati.
Erano aggressivi. Furiosi.
E Teschio non esitò.
Con una carica quasi suicida si lanciò contro di loro, travolgendo il primo, poi il secondo, poi il terzo… e infine il quarto. Una furia cieca, brutale, impossibile da fermare. Lo scontro fu rapido e violento, fatto di urla, sangue e ferro.
Ma anche combattendo era chiaro: non erano loro il vero problema.
Più in profondità trovammo una sala più grande.
E lì la verità cambiò forma.
Scheletri.
Non resti abbandonati, ma guardiani. Armature antiche ancora addosso, armi sollevate con precisione innaturale. Si mossero appena entrammo. Il combattimento fu duro e freddo, privo di esitazione o paura. Combatterono fino alla distruzione.
Quando anche l’ultimo cadde, il silenzio tornò ancora una volta.
Ma non portò sollievo.
La Torcia Imperitura
Fu allora che vedemmo la stanza finale.
Al centro, tra simboli cancellati e pietra annerita, non c’era un altare, né un tesoro.
C’era una pozza d’acqua.
Immobile. Scura.
E dentro quella pozza… una fiamma.
Non sopra.
Dentro.
Bruciava sott’acqua senza consumarsi, senza calore, senza movimento. Una luce ferma, impossibile, come se il mondo avesse dimenticato le proprie regole.
La Torcia Imperitura.
Quando ci avvicinammo, la luce cambiò.
Nei riflessi non vedevamo solo noi stessi.
Tamidala intravide qualcosa di diverso, una versione di sé che non riconosceva. Thranduil rimase immobile, come se quella scena gli fosse familiare. Tod percepì immediatamente che quella fiamma non apparteneva alla natura, e perfino Gennarino evitava di guardarla. Teschio, invece, sentì qualcosa muoversi, come una tensione nell’aria, come se la fiamma reagisse alla sua presenza.
Il custode
In quel momento tutto si collegò.
Ardel non viveva lì per caso.
Non stava nascondendo qualcosa.
Stava sorvegliando.
Contenendo.
E probabilmente fallendo.
Prendemmo la torcia.
La fiamma non si spense.
La pozza rimase immobile… ma per un istante, solo uno, sembrò che qualcosa sotto di noi si muovesse.
Quando tornammo in superficie, la casa non sembrava più la stessa.
Né noi lo eravamo.
Quella che doveva essere una semplice ricompensa — una casa, un rifugio — si era rivelata essere molto di più.
Un accesso.
Un segreto.
Un errore.
E ora, per la prima volta, avevamo la sensazione che ciò che avevamo trovato… non fosse stato trovato per caso.