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Il risveglio impossibile
Ci svegliammo al sicuro.
Non nei sotterranei. Non tra le rovine sommerse di Tol Doakar. Non sulla riva dell’isola, con l’acqua salmastra ancora addosso e la Lama Sobria che avrebbe dovuto recuperarci al calar del sole.
Ci svegliammo nella taverna di Azir.
La stessa taverna. Lo stesso luogo. Lo stesso punto da cui, almeno secondo il buon senso, avremmo dovuto essere già partiti.
Per un istante sembrò davvero che il mondo avesse fatto un passo indietro, come se qualcuno avesse riavvolto il tempo fino al momento prima della missione.
Ma c’era un problema. Un dettaglio piccolo, insignificante, fastidioso come una lama sotto le costole.
Gli oggetti erano ancora con noi.
I cilindri metallici recuperati a Tol Doakar erano lì. I lingotti nanici erano lì. Le pozioni erano lì. E l’anello, quello inciso con la frase “Dovunque, ma non qui”, era al dito di Sirius.
Quindi non era stato un sogno. O se lo era stato, qualcuno aveva dimenticato di togliere il bottino dall’inventario. Che, di solito, non è mai un buon segno.
Kael Thorn era con noi, ma per lui la situazione era ancora più assurda. Non aveva vissuto Tol Doakar. Non aveva combattuto nell’atrio sommerso, non aveva visto la Cascata Vivente, non aveva sentito il peso dell’acqua antica e della magia nanica instabile.
Dal suo punto di vista eravamo semplicemente cambiati in un battito di ciglia: prima senza quei reperti, poi improvvisamente bagnati di sale, stanchi, armati come reduci da una guerra che ad Azir non era ancora successa.
I cilindri, però, non erano semplici contenitori. Erano chiusi da dieci lucchetti ciascuno, ognuno con venti numeri. Non un baule da forzare in una locanda, ma un sistema pensato per tenere fuori chiunque non fosse autorizzato.
I segreti al loro interno non erano per noi. Almeno non ancora.
Così facemmo la cosa più inevitabile e forse più pericolosa: decidemmo di andare da Izet Naram.
Il discorso che si ripete
La storia sembrò ripetersi.
Mentre cercavamo Izet Naram ci accorgemmo di essere seguiti e poi la rete si chiuse attorno a noi. Il porto venne circondato. Le vie di fuga si chiusero. La Legione Pura si mosse con la solita precisione asciutta e soffocante di Rahadoum.
Izet Naram ripeté, quasi parola per parola, il discorso che avevamo già sentito in quella strana frattura di tempo e realtà.
Solo che questa volta vide i cilindri.
E il discorso cambiò.
Non di molto. Izet non era la tipa da perdere il controllo o da lasciarsi trascinare dallo stupore. Ma per un attimo, appena uno, qualcosa nel suo sguardo si incrinò.
Non paura. Non sorpresa aperta. Piuttosto il fastidio di una mente abituata a controllare il mondo che, improvvisamente, trova un elemento fuori posto.
Ci fece entrare in un magazzino del porto completamente vuoto. Nessuna merce. Nessuna confusione. Nessun testimone inutile.
Solo noi, lei, un paio di guardie, Jabril Mesk e l’arcanista della Lama Sobria.
Lì la domanda divenne inevitabile.
Come potevamo avere già qualcosa che lei non ci aveva ancora chiesto di recuperare?
Consegnammo i cilindri.
L’arcanista passò la mano sopra i sigilli nanici e questi reagirono, quasi illuminandosi sotto il tocco. Non li aprì come si apre una cassa. Li trattò come si tratta una cosa viva, o una bomba molto educata.
Li riconobbe come autentici. E questo, invece di tranquillizzare la situazione, la rese molto peggiore.
Celebi provò a raccontare ciò che era accaduto. Parlò di Tol Doakar, del viaggio, dello sbarco, ma venne interrotto proprio lì.
Non serviva arrivare al finale per capire che qualcosa non tornava. O forse, proprio perché non tornava, Izet e i suoi uomini decisero di crederci abbastanza da preoccuparsene.
Una chiave venne inserita in uno dei cilindri.
Dentro c’erano progetti in nanico.
L’arcanista impallidì.
Non era solo materiale antico. Non era semplice archeologia. Quei progetti facevano parte di un sistema di sicurezza legato a un “ritorno stabile”, a coordinate verso un secondo luogo, a una tecnologia nanica che sembrava non voler distinguere troppo tra trasmutazione, teletrasporto e sopravvivenza forzata.
Ma mancava qualcosa.
La Matrice Stabilizzatrice di Doakar
Senza quella, i cilindri erano incompleti. Un linguaggio senza alfabeto. Una porta senza cardini. Una promessa impossibile lasciata a metà.
E naturalmente, secondo Izet, dovevamo essere noi ad andare a recuperarla: avevamo dimostrato di saper fare cose che i suoi uomini non erano riusciti a fare, e lo avevamo fatto senza che ce lo avesse chiesto.
Una nave col guinzaglio
La Matrice si trovava sotto un vecchio faro militare dismesso, su un isolotto tra la rada della nostra nave e Nuat. Una struttura rahadoumi costruita sopra qualcosa di molto più antico: fondamenta naniche, probabilmente collegate alla stessa rete di Tol Doakar.
Izet fu chiara. Non ci stava dando libertà. Ci stava dando movimento controllato.
La nostra nave poteva salpare, ma solo con il Sigillo di Vincolo Portuale ancora attivo. Potevamo usarla per quella missione, non per fuggire.
Non per andare verso Cheliax, non per sparire nelle Terre Fradice, non per cercare un altro destino lontano da Rahadoum.
Il mare era aperto, sì, ma solo nella misura in cui la Legione decideva che lo fosse.
In cambio, però, Izet concesse qualcosa.
Finché fossimo stati utili, la nostra ciurma avrebbe mangiato e non sarebbe stata disturbata.
Ci consegnò due pozioni di guarigione minori e un kit da guaritore ampliato, affidato a Sirius.
Spark ricevette anche 200 monete d’oro — 100 monete d’oro, disse agli altri… era stato convincente? — una somma ufficiale, pulita, fastidiosamente amministrativa.
Al ritorno, Izet promise inoltre un potenziamento per le armi.
Non era generosità. Era investimento.
E la differenza, con Izet Naram, non è mai sottile.
Tornammo alla nave. Rivederla fu un sollievo, ma anche una ferita. Era ancora nostra, sì. Ma non più solo nostra.
Il sigillo rahadoumi la attraversava come un collare invisibile. Le vele nere erano ancora lì, memoria di Rax Vele Nere e della battaglia che ce l’aveva consegnata, ma adesso quella nave pirata conquistata sembrava quasi addomesticata dalla burocrazia armata di Azir.
Prima di partire, installammo la runa di potenziamento sul martello da guerra di Kael. Un gesto concreto, pratico, quasi rassicurante.
In mezzo a magie impossibili, ritorni temporali e sigilli politici, migliorare un’arma era una cosa semplice. Una cosa vera.
Poi Lysa provò a cambiare direzione.
La nave non glielo permise.
Il timone resistette. La rotta si corresse da sola. Non con violenza, non con spettacolarità.
Peggio: con certezza.
Il sigillo sapeva dove stavamo andando. E soprattutto sapeva dove non ci era concesso andare.
Durante il viaggio, l’anello reagì. Sirius lo sentì: l’anello non teme soltanto la morte. Teme anche le situazioni senza uscita.
E questa, considerando dove stavamo andando, non era una scoperta rassicurante.
Il faro spento
L’isolotto apparve davanti a noi come una scheggia nera piantata nel mare.
Non aveva nulla di accogliente. Era roccia scura, acqua bianca di schiuma e vento strano. Al centro si alzava il faro, spento, spezzato, abbandonato.
Una struttura rahadoumi in superficie, ma osservandola meglio si intravedevano blocchi più antichi sotto l’intonaco crepato.
Pietre più basse, più pesanti, più precise.
Naniche.
Il vento sembrava girare attorno al faro invece di colpirlo davvero, come se anche l’aria cercasse un ingresso senza trovarlo.
E mentre approdavamo, il faro lampeggiò.
Una volta sola.
Anche se era spento.
Sbarcammo.
L’ingresso principale era bloccato. La porta di servizio sembrava scassinabile, e Teschio ci mise mano con la sua consueta delicatezza da fabbro arrabbiato.
Il problema era che dietro era ostruita. La via non era quella.
Allora Teschio lanciò un rampino verso l’alto. Uno dopo l’altro, salimmo. Non entrammo dal basso, come forse avrebbe voluto il faro.
Entrammo da sopra.
Dentro era tutto spento. O quasi.
La sala superiore era piena di polvere e sale. La vecchia lanterna non funzionava, ma il cristallo principale era ancora sospeso nella sua gabbia metallica.
Non emetteva luce vera. Eppure qualcosa in quella stanza non obbediva alle regole normali.
Le nostre ombre si muovevano nella direzione sbagliata.
Trovammo registri. Nomi, turni di guardia, annotazioni sempre più brevi.
Il genere di documenti che all’inizio sembrano noiosi e poi, riga dopo riga, iniziano a sembrare una condanna.
Una frase spiccava sulle altre:
“Non accendete il faro quando il mare è calmo.”
Che, naturalmente, era esattamente il genere di frase che nessuno vuole trovare in un faro spento, su un isolotto abbandonato, dopo aver già viaggiato una volta attraverso un anello che decide autonomamente dove sia più opportuno sopravvivere.
Esaminammo il cristallo.
Era chiaramente magico.
E lì, con il faro ancora silenzioso, le ombre sbagliate attorno a noi e la Matrice ancora nascosta nelle profondità della struttura, la sessione si fermò.
Non avevamo ancora disceso le fondamenta naniche. Non avevamo ancora trovato la Camera di Calibrazione. Non avevamo ancora scoperto cosa davvero facesse quel faro.
Ma una cosa era già chiara.
Tol Doakar non aveva finito con noi.
E forse non era mai stata solo una città sommersa.
Forse era un sistema.
E noi avevamo appena acceso, senza volerlo, un’altra sua parte.