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Riprendemmo esattamente da lì. Dentro il faro spento. Con le ombre che continuavano a muoversi nella direzione sbagliata, il cristallo sospeso sopra di noi e quella frase trovata nei registri che ormai aveva deciso di restarci in testa:
“Non accendete il faro quando il mare è calmo.”
Naturalmente il mare era calmo. Perché certe cose, quando vogliono essere inquietanti, almeno fanno lo sforzo di essere coerenti.
Avevamo già capito che sotto la struttura rahadoumi c’era qualcosa di molto più antico. Il faro non era stato costruito lì per caso. Le sue fondamenta nascondevano ancora una parte della stessa tecnologia nanica incontrata a Tol Doakar.
E così scendemmo.
Le scale che non erano sempre lì
Più andavamo in profondità, meno quel posto sembrava una rovina. Era questo, forse, l’aspetto più strano. Tol Doakar era antica, corrosa, sommersa, chiaramente morta da tempo. Qui invece gli ambienti sembravano quasi nuovi. Ordinati. Conservati. Più che una tomba, sembrava uno stabilimento abbandonato da poco.
Il problema era arrivarci. Le scale che scendevano sotto il faro erano coinvolte nello stesso sfasamento temporale del resto della struttura. A prima vista sembravano normalissime. Pietra. Gradini. Si mette un piede davanti all’altro e si scende. Questo almeno era il piano.
Poi qualcuno mise il piede su un gradino che, un istante dopo, non era più esattamente lì. Cadde. Qualcun altro lo seguì. Altro tonfo. Altri danni.
La cosa peggiore era che all’inizio nessuno capiva veramente cosa stesse succedendo. Si camminava normalmente, il corpo faceva esattamente quello che aveva fatto migliaia di volte nella propria vita e improvvisamente mancava il pavimento sotto il piede. Un gradino sembrava spostarsi. Un altro appariva leggermente più avanti. Un altro ancora probabilmente decideva che il presente fosse sopravvalutato.
Il risultato fu una sequenza di cadute sempre meno dignitose. Uno scendeva. Tonf. Quello dietro lo guardava perplesso. Faceva un passo. Tonf.
A un certo punto quello che avrebbe dovuto essere l’ingresso inquietante in un’antica struttura nanica temporale cominciò ad assomigliare molto più a una scena di Benny Hill interpretata da cinque avventurieri incapaci di utilizzare una scala.
Dopo un numero sufficiente di cadute, però, arrivò l’intuizione. Se il problema era che un singolo gradino poteva spostarsi sotto i piedi, bastava evitare di affidare tutto il proprio peso a un singolo gradino.
Soluzione elegante? No. Soluzione efficace? Sorprendentemente sì.
Cominciammo quindi a scendere praticamente sdraiati, distribuendo il peso su più punti e avanzando lateralmente con mani e piedi. Una specie di granchietto umanoide.
Immaginate un orco, un chierico, uno stregone, un ranger e un leshy che cercano di infiltrarsi in una misteriosa installazione nanica strisciando lentamente lungo una scala come se stessero tentando di non svegliare il pavimento. Quella era ormai la spedizione. E la cosa migliore è che funzionava. Più o meno.
Spark provò comunque a studiare la magia della struttura e trovò qualcosa che ormai, nella nostra vita, stava diventando preoccupantemente normale. Il tempo non funzionava bene. Non era semplicemente magia di trasmutazione. C’era una specie di sfasamento temporale, come se alcuni pezzi del luogo non fossero perfettamente sincronizzati con il resto.
Spark e Sirius provarono anche a stabilizzare o bloccare il meccanismo. Non ci riuscirono.
Fu allora che l’anello al dito di Sirius vibrò. Una volta. Poi diventò freddo. Non freddo come il metallo lasciato all’ombra. Freddo come qualcosa che aveva appena riconosciuto dove si trovava.
Andammo avanti. Ovviamente continuando con la raffinata tecnica del granchio. Perché la dignità è temporanea. I punti ferita no.
I cristalli
Più sotto trovammo i prismi. Erano ovunque. Alcuni perfettamente integri. Altri spezzati. Altri ancora scuri, spenti, come se fossero in attesa di qualcosa.
Guardandoci dentro vedevamo il nostro riflesso. Ma non soltanto quello. Per qualche istante era possibile vedere qualcosa che assomigliava a ciò che sarebbe potuto essere. Possibilità. Scelte. Immagini di cose che forse sarebbero accadute e di altre che probabilmente non sarebbero accadute mai. Il problema era capire quale fosse quale.
Alcuni dei cristalli sembravano invece completamente inattivi, quasi stessero aspettando un segnale per risvegliarsi. Il segnale arrivò. Un movimento, il rumore del martello e poi, improvvisamente, la luce. I cristalli si accesero.
E più ci avvicinavamo al centro della struttura, più diventava evidente che tutto quel posto era costruito attorno a qualcosa. Una colonna. Quattro strutture cristalline disposte attorno. E sopra, sospeso come se la gravità fosse soltanto un’opinione, un oggetto impossibile da confondere con qualunque altra cosa.
La Matrice Stabilizzatrice di Doakar.
Avevamo trovato quello che Izet voleva. Ovviamente quello fu anche il momento in cui le statue si mossero.
Il Custode
Non eravamo arrivati fin lì per essere semplicemente autorizzati a prendere la Matrice. La struttura aveva ancora un Custode. E il Custode aveva ancora intenzione di fare il proprio lavoro. Il combattimento esplose al centro della sala mentre i cristalli continuavano a reagire attorno a noi.
L’anello vibrò ancora. Questa volta l’effetto cercò davvero di afferrare Sirius. Lui resistette. Il che, considerate le precedenti esperienze con quell’oggetto, era già una piccola vittoria.
Teschio e Kael andarono immediatamente addosso al Guardiano. Spark adottò invece una strategia altrettanto raffinata: allontanarsi il più possibile da quella cosa. Non per codardia. Per rigorosa valutazione tattica del fatto che il costrutto era enorme, molto arrabbiato e decisamente più bravo di Spark nel combattimento corpo a corpo.
Kael riuscì a piazzare un colpo devastante. Un critico. Uno di quelli che cambiano improvvisamente l’umore di tutto il tavolo. Spark approfittò dell’apertura e scaricò la propria magia sul Custode.
La reazione del costrutto fu particolare. Si richiuse. Completamente. Come una gigantesca cozza nanica corazzata. Probabilmente nei manuali tecnici di Tol Doakar quella procedura aveva un nome molto più dignitoso. Per noi rimarrà sempre la cozza.
Quando finalmente il Custode smise di essere un problema, Kael e Teschio decisero che sarebbe stato criminale lasciare lì tutto quel materiale. E così cominciarono a smontarlo. Braccia. Testa. Pezzi vari.
Se qualcuno, secoli prima, aveva costruito quella macchina sperando che proteggesse per sempre la Camera di Calibrazione, probabilmente non aveva previsto l’arrivo di due avventurieri con l’atteggiamento mentale di chi sta visitando uno sfasciacarrozze.
La Matrice
A quel punto potemmo finalmente prendere ciò per cui eravamo venuti. La Matrice. L’ultimo elemento mancante del sistema di Tol Doakar. Quello che avrebbe permesso a Izet e ai suoi arcanisti di comprendere meglio i progetti contenuti nei cilindri. E forse, soprattutto, di capire qualcosa in più sull’anello.
La prendemmo. Questa volta senza essere rispediti indietro nel tempo. Un progresso.
Prima di andar via, però, Kael, Teschio e Sirius raccolsero anche alcuni frammenti dei cristalli della struttura. Non sembravano semplici pezzi di vetro magico. Avevano ancora energia dentro.
E Sirius ebbe un’idea. Una di quelle idee che, a posteriori, diventano immediatamente una storia da raccontare. Provò a utilizzare un frammento per amplificare un incantesimo.
Il cristallo funzionò. Questa è la parte importante. Funzionò davvero.
La parte leggermente meno positiva fu che Sirius riuscì ad accecare contemporaneamente:
Sirius. Kael. Spark.
Il primo esperimento controllato sui cristalli di Doakar poteva quindi essere considerato un successo, purché si accettasse una definizione particolarmente generosa della parola controllato. Decidemmo che forse avremmo approfondito l’argomento più avanti. Possibilmente senza stare tutti vicini.
Il ritorno del granchio
C’era però un piccolo problema. Per uscire bisognava tornare indietro. E le scale, purtroppo, non avevano improvvisamente deciso di diventare normali soltanto perché avevamo sconfitto il Custode.
Così la gloriosa spedizione che era scesa nel cuore dell’antica struttura nanica tornò verso la superficie nello stesso modo in cui era arrivata. Lentamente. Appoggiata. Sdraiata.
A granchietto.
Solo che questa volta avevamo anche la Matrice, frammenti di cristallo e pezzi di un Custode smontato da trasportare. La dignità aveva ormai abbandonato ufficialmente il gruppo parecchi metri più sotto. Ma arrivammo tutti in cima. Ed è questo che conta.
Vele nere
Quando tornammo all’esterno, il mondo sembrava nuovamente normale. Mare. Vento. Il faro alle nostre spalle. E la nostra nave che ci aspettava al largo. Per qualche secondo fu quasi rassicurante.
Poi Teschio guardò verso l’orizzonte. C’era una nave. Lontana. Vele nere. I Ceppi.
Non si avvicinava. Restava abbastanza distante da osservarci senza entrare davvero nel raggio delle navi legate alla Legione di Izet Naram. Kael riuscì a studiarla meglio. Non era una nave rahadoumi. Erano pirati. E sembravano molto più interessati a sapere cosa stavamo facendo che a iniziare uno scontro.
Accendemmo un fuoco per segnalare la nostra posizione e richiamare la nave. Quando riuscimmo finalmente a ricongiungerci con l’equipaggio arrivò un problema decisamente meno mistico. Eravamo troppo carichi.
Pezzi del Custode. Frammenti. Equipaggiamento. La Matrice. Per una volta il nemico non era un costrutto nanico o una frattura temporale. Era la capacità di carico.
Dovemmo rinunciare a parte di ciò che avevamo raccolto. La Matrice, però, venne con noi. Su quella non si discuteva. Poi tornammo ad Azir.
Di nuovo davanti a Izet
Izet Naram ci ricevette ancora una volta in un magazzino. A quanto pare, se sei una delle persone più potenti della Legione Pura, le stanze eleganti sono sopravvalutate.
Consegnammo la Matrice. Questa volta non c’erano paradossi. Non avevamo già in mano qualcosa che lei non ci aveva ancora mandato a recuperare. Non eravamo appena comparsi dal nulla con oggetti impossibili. Per una volta avevamo semplicemente ricevuto una missione, l’avevamo completata ed eravamo tornati. Quasi professionisti.
Izet ci pagò 80 monete d’oro. Teschio ricevette anche il potenziamento che ci era stato promesso. Inoltre ottenemmo uno schema nanico, qualcosa che avrebbe potuto aiutarci a comprendere meglio il funzionamento dell’Anello del Ritorno Sicuro. Che, considerando quante volte quell’anello aveva già deciso autonomamente cosa fare delle nostre vite, sembrava una cosa abbastanza utile da studiare.
Ma la vera ricompensa non era l’oro. Era la nave. Izet ci concesse una patente che ampliava il nostro raggio d’azione. Finalmente potevamo muoverci di più senza essere immediatamente considerati pirati.
Era libertà. Più o meno. Perché Izet fu molto chiara su un punto. Il debito non era saldato. La Legione aveva semplicemente allungato il guinzaglio.
Il guinzaglio si allunga
Eravamo arrivati ad Azir con una nave pirata rubata, una ciurma improvvisata, degli ex schiavi a bordo e abbastanza problemi da rendere sospetto perfino il nostro modo di respirare. Poi avevamo lavorato per la Legione. Avevamo attraversato Tol Doakar. Avevamo trovato un anello capace di riportarci indietro quando il mondo diventava troppo pericoloso. Eravamo tornati in un momento che avevamo già vissuto. Avevamo recuperato la Matrice. E adesso, finalmente, potevamo ripartire.
Ma non eravamo liberi. Non ancora. Da qualche parte sul mare, una nave dei Ceppi ci stava osservando. L’anello continuava a nascondere più domande che risposte. Izet Naram continuava a tenere una mano sul nostro destino.
E davanti a noi c’era qualcosa che non avevamo avuto da molto tempo. Una scelta. Non una porta. Non una missione. Non un ultimatum. Una rotta. E forse era proprio questo il problema.
Perché quando qualcuno ti tiene al guinzaglio, la decisione più importante non è quanto lontano puoi andare. È capire quando smettere di tornare indietro.